Come si sono svenduti i diritti e la dignità del lavoro.

Roma -

Roma, maggio 2017

Per avere consapevolezza del presente, occorre conoscere il passato per poi poter anticipare le trasformazioni del futuro.

Proprio per questo riteniamo sia importante fare un po’ di chiarezza su quanto in questi ultimi anni è accaduto nel mondo del lavoro. Come nei disegni della settimana enigmistica dove bisogna trovare l’immagine unendo i puntini. Così l’immagine ci appare chiara, e riusciamo ad avere una visione totale del disegno che si nasconde dietro piccole e parziali verità.

Qui di seguito, in ordine cronologico, i fatti cruciali di questa involuzione del mondo del lavoro.

Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011 che

regola la rappresentatività sindacale e le relazioni sindacali in modo da creare le migliori condizioni di produttività e di competitività. La contrattazione collettiva “deve raggiungere risultati funzionali all’attività delle imprese, deve essere orientata a una politica di sviluppo adeguata alle differenti necessità produttive …. deve garantire una maggiore certezza alle scelte operate d’intesa tra aziende e sindacati “ mentre sugli interessi, le necessità e i diritti dei lavoratori praticamente si sorvola.

Come richiesto a suo tempo dal Ministro del Lavoro Sacconi, inizia la fase della complicità, che toglie forza alle organizzazioni sindacali conflittuali e anche allo stesso sindacato confederale, se esce fuori dalle linee concordate, come è successo nel caso della FIOM in FIAT.

L’intesa del 28 giugno sancisce così la supremazia della contrattazione di secondo livello, a scapito del contratto nazionale, con lo scopo di modificarlo in peggio, quindi derogato.

“I contratti collettivi aziendali - si legge nel testo dell’accordo ‐ possono definire specifiche intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”.

Lettera della Bce del 2011

Il 5 agosto 2011 la BCE inviò all’Italia la famosa lettera con cui i governatori della BCE, Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, intimarono al governo Berlusconi di fare le riforme sulle pensioni, sul mercato del lavoro e di tagliare il welfare, con la scusa della crisi dell’Eurozona e la conseguente necessità di interventi di politica monetaria pena la fine degli acquisti dei titoli di Stato da parte della BCE.

Dopo quella lettera venne:

Articolo 8 della Legge 148 (Legge di stabilità) del 2011 è stato inserito il Titolo III – Misure a sostegno dell’occupazione

L’inserimento dell’Articolo 8 in questa legge, voluto dall'ex ministro del lavoro Maurizio Sacconi, si è data la possibilità di modificare la contrattazione collettiva di prossimità (II° Livello) con esplicito richiamo “ (…) all'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali (…).” e si stabilisce che “le specifiche intese raggiunte a livello aziendale (…) operano anche in deroga alle disposizioni di legge (…) ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro” di livello superiore (I° grado).

 

 

Approvazione delle riforma del lavoro Fornero del 27 giugno 2012 che

recava il titolo "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita", proposta dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero durante il governo Monti, in seguito modificata, nell'ambito del Jobs Act del governo Renzi dal decreto legge 20 marzo 2014, n. 34 ("Decreto Poletti"), approvato dal governo Renzi il 20 marzo 2014.

Si aprono le porte al deteriorando del mercato del lavoro, realizzando il sogno di molti imprenditori che “IL LAVORO NON E’ UN DIRITTO”, di fatto contraddicendo persino la Costituzione Italiana, dove la priorità non è come fare per assumere meglio ma come fare a licenziare meglio.

Solo i sindacati di base e conflittuali sono scesi in sciopero come l’Unione Sindacale di Base indicendo lo sciopero generale del 24 ottobre 2012 e lo sciopero sociale del 14 novembre, proseguendo la protesta contro il Jobs Act partecipando alle numerose iniziative che si sono svolte il 3 dicembre in diverse città d’Italia, fra cui Roma, mentre veniva approvato con voto di fiducia in Senato.

Questo mentre con malcelato sadismo la UIL che assieme alla CISL hanno sostenuto, con molti scodinzolamenti, il governo Renzi (ma anche quelli precedenti), mentre la CGIL ha fatto finta di contrastarlo, con un FINTO sciopero "a babbo morto" (12 dicembre 2014), la stessa che oggi ci dice che gli effetti sulla occupazione del Job Act sarebbero pesantemente negativi.

Il Job Act ha di fatto precarizzato i contratti di lavoro, aumentato il livello di ricattabilità dei lavoratori, tolto il diritto alla giusta causa, aumentato il controllo a distanza dei dipendenti, oltre che prevedere il demansionamento senza conservazione del trattamento economico e cioè la possibilità del datore di lavoro di abbassare il livello di qualificazione e la relativa paga.

Modifica articolo 18 della legge 300 dello Statuto dei Lavoratori.

Il governo Monti e la Ministra Fornero hanno modificato sostanzialmente quella norma di legge che imponeva, in tutte le aziende con più di 15 dipendenti, il reintegro di un lavoratore ingiustamente licenziato.

Prima della modifica, nelle aziende con più di 15 dipendenti, si poteva licenziare individualmente o per motivi disciplinari o per giustificato motivo oggettivo: per esempio, se il proprio ufficio veniva soppresso era necessario attivare gli ammortizzatori sociali, nello specifico le classiche procedure di mobilità, e non si poteva, di fatto, ricorrere a licenziamenti individuali per motivi economici, per sopperire a problemi di fatturato o di bilancio.

Con la modifica introdotta, il reintegro obbligato scatterà solo in caso di licenziamento discriminatorio (per motivi politici, religiosi, di opinione, ecc.). Ma quale imprenditore sarà mai così sprovveduto da dichiarare che licenzia qualcuno perché ateo, credente, omosessuale o perché attivo sindacalmente?

Quali sono stati allora gli obiettivi reali dell’attacco diretto all’articolo 18?

Sicuramente quello di indebolire la capacità di organizzazione e di lotta dei lavoratori sui posti di lavoro e di modificare la legge 223/91 nel senso di snellire le procedure di licenziamento collettivo.

Protocollo del 31 maggio 2013 che

approvato da Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e UGL in materia di rappresentanza e rappresentatività, anche in applicazione del precedente accordo del 28 giugno 2011, sancisce una vera e propria “privatizzazione della rappresentanza”.

In questo accordo si ribadisce inoltre il principio che attribuisce la titolarità negoziale ai soggetti sindacali con più voti ma si precisa che “ai fini della misurazione del voto …. verranno esclusivamente considerati i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa”, ovverosia varranno solo i voti di Cgil, Cisl, Uil e UGL.

Inoltre si afferma che si potrà procedere alla indizione delle “elezioni delle RSU … solo se definito unitariamente dalle federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo”.

 

Testo Unico della rappresentanza del 10 gennaio 2014 che

annulla definitivamente ogni residuo di rappresentanza sindacale dei sindacati che non accettano di essere complici col padrone in tutto e per tutto, alla faccia della democrazia; viene instaurata definitivamente la piena dittatura sindacale imposta da Cgil, Cisl, Uil e UGL che negano di fatto ai lavoratori il diritto di scegliersi i propri delegati sindacali!

Violando i principi e diritti fondamentali sanciti della carta costituzionale dagli art. 2, 3 e 39 1° comma e si pone in contrasto con le sentenze della Corte Costituzionale (244 del luglio 1996 e 231 del luglio del 2013), in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e accesso ai diritti e agibilità sindacali”.

Il “Testo Unico” conferma il peggio degli accordi interconfederali del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013, e afferma che solo i firmatari che accettano tutte le sue regole hanno i diritti sindacali:

 La possibilità di derogare, a livelli aziendali, i minimi previsti dal contratto nazionale, ovvero accetta le deroghe in azienda ai contratti nazionali sugli orari, sulla prestazione e sulle condizioni di lavoro, cioè su tutto. Sacconi e il suo articolo 8 sono soddisfatti;

 I contratti saranno validi “se approvati dalle rappresentanze sindacali aziendali costituite nell’ambito delle associazioni sindacali che risultino destinatarie della maggioranza delle deleghe relative ai contributi sindacali” ovvero che hanno la maggioranza degli iscritti certificati;

 L'introduzione e l'estensione di ulteriori sanzioni contro il diritto di sciopero, ovvero prevede la esigibilità degli accordi, di questi accordi in deroga, anche per chi non è d'accordo e prevede sanzioni per il sindacato che intendessero opporsi ad esse;

 L'accordo prevede che una giuria di arbitri (Commissione Arbitrale) formata da tre rappresentanti di CGIL CISL UIL, tre della Confindustria e un "esperto" esterno, dove la Confindustria ha il ruolo principale, deciderà dei comportamenti sindacali difformi dall'accordo e tutto il sistema contrattuale sarà, centralizzato, burocratizzato, autoritario;

 La negazione delle libere elezioni delle R.S.U. poiché viene introdotto il diritto di veto da parte dei sindacati stipulanti (CGIL, CISL, UIL e UGL). Il voto infatti “potrà avvenire solo se definito unitariamente dalle organizzazioni sindacali aderenti alle Confederazioni firmatarie del Protocollo 31 maggio 2013”, sarà il numero degli iscritti al sindacato a determinare il quorum per imporre il contratto “erga omnes” a tutti gli interessati. La certificazione degli iscritti ai sindacati, come previsto dell'accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza, prevede che venga fatta dal CNEL, una certificazione che finora nessuno a fatto.

Grazie alla sottoscrizione di tale accordo le confederazioni sindacali Cgil Cisl, Uil e UGL si sono attribuite/garantite una competenza esclusiva e una egemonia totalitaria in materia di rappresentanza sindacale e dei criteri di “rappresentatività” per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) delle categorie del settore privato .

Purtroppo la sottoscrizione di tali accordi hanno indebolito l’ultimo argine di difesa per i lavoratori, ovvero il Contratto Nazionale a vantaggio dei Contratti Aziendali a cui, sono stati demandati orari, turni di lavoro e la parte del salario legata alla produttività, portando ad ampliare le differenze e mettendo in difficoltà i più deboli o quelli che la logica della competizione globale e del massimo profitto, considera tali.

Gli effetti della deregolamentazione del sistema contrattuale saranno devastanti, in un momento storico in cui lo stato sociale viene brutalmente attaccato, i servizi diventano inesistenti e viene cancellato qualsiasi supporto sociale al lavoro di cura e familiare.

In sostanza, un attacco forte alla LIBERTA’ DI ORGANIZZAZIONE SINDACALE IN ITALIA, un aggiramento delle leggi italiane un ATTACCO AI DIRITTI COSTITUZIONALI DI LAVORATORI E DI LAVORATRICI.

Alla luce di quanto sopra riportato, anche per noi di TIM non si prefigura nulla di meno peggio.

CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto il nuovo protocollo delle relazioni industriali il 23 giugno 2016, in cui, guarda un po’, viene recepito in pieno quanto previsto dell’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011, del Protocollo del 31 maggio 2013 e del Testo Unico della rappresentanza del 10 gennaio 2014.

Garantendosi l’esclusiva della ratifica della firma sul rinnovo contrattuale delle TLC.

Saranno loro che dovranno trattare la proposta di contratto TIM che prevede, tra le altre cose:

• Flessibilizzazione dell’orario di lavoro;

• Ferie e permessi individuali controllati attraverso una ferrea programmazione;

• Demansionamento e riduzione del salario al personale dichiarato esubero senza appello;

• Aumento di fatto delle ore lavorate dai tecnici e regalate al padrone;

• Eliminazione di qualunque benefit;

• Controllo a distanza e rilevazione dati globali e individuali tramite tutti gli “strumenti di lavoro” (posta, telefono aziendale, PC, tablet);

Quando un contratto è firmato dai sindacati “autorizzati” a trattare gli altri devono adeguarsi, pena sanzioni. In sostanza, viene sposato il “modello Marchionne” con in più l’arma di queste norme a comprimere le possibilità d’azione dei sindacati conflittuali.

E’ ora di dire basta al sindacato con funzioni di “narcotizzatore” dei conflitti sociali e "facilitatore" dei processi di accompagnamento degli interessi di impresa.

Grazie alla complicità dei sindacati complici e la controriforma del lavoro stiamo assistendo alla diminuzione del salario in tutte le sue componenti, diretta, indiretta e differita, grazie all’aumento della precarietà.

La controriforma del mercato del lavoro aumenterà ancora quello che è stato definito “l’esercito industriale di riserva” cioè i disoccupati e i precari, e quindi l’offerta di lavoro a basso costo, che darà luogo a una pressione sui lavoratori occupati ad accettare salari più bassi, straordinari e orari più lunghi, sempre che ovviamente non ci sia una reazione decisa di segno opposto.

Assodato che nessun accordo, potrà mai bloccare il conflitto, come elemento dinamico per la difesa delle condizioni di lavoro e di emancipazione sociale, l’attuale fase delle trattative possono essere soggette a molti condizionamenti, come la volontà e capacità combattiva, costruita non per delega ma, soprattutto, con partecipazione e militanza.

 

E’ arrivato il momento di alzare la testa e non subire più.