Il futuro del Gruppo Tim si presenta quanto mai fosco

Dopo interminabili indiscrezioni, l’AD Pietro Labriola, in occasione del Capital Market Day del 7 luglio, ha dettagliato il nuovo piano industriale che prevede la riorganizzazione e relativa separazione in più società, con l’obbiettivo di produrre una migliore valutazione degli asset del Gruppo basata su prospettive economico-patrimoniali, anche in termini di ricavi, costi e investimenti prospettici.

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Questo comporterà, oltre alla ricollocazione degli attuali circa 43mila dipendenti, anche parte dell’attuale debito come segue:

  • Società della rete, chiamata NetCo con circa 20mila dipendenti, con l’ipotetica valutazione intorno ai 20 miliardi di euro, debiti compresi, che si dovrebbero aggirare intorno agli 11 miliardi di euro;
  • Società dedicata ai servizi, che si chiamerà ServCo, con circa 15mila dipendenti e 5 miliardi di euro di debiti;
  • il restante personale, circa 7mila dipendenti, sarà ricollocato nella TopCo, società controllata da ServCo, che dovrebbe accorpare i clienti Top di Tim, Noovle, Telsy e Olivetti.

Le attività di gestione della rete, primaria e secondaria e le attività Wholesale saranno conferite alla società NetCo, inclusi gli asset di rete domestica e quelli internazionali di TI Sparkle, il 58% di FiberCop, alcune attività̀ di Telsy e la partecipazione nel Polo Strategico Nazionale. Alla società dei servizi ServCo rimarrebbe la controllata TIM Brasil, i servizi delle attività italiane suddivise in due entità, Tim Consumer e Tim Enteprise ciascuna con il proprio modello di business e specifici obiettivi finanziari. In particolare, TIM Enterprise si occuperà di fornire servizi di connettività ai grandi clienti e alle pubbliche amministrazioni e ingloberà le attività di cloud, cybersecurity e Internet of Things, oggi suddivise in tre diverse società (Noovle, Telsy e Olivetti).

Il numero di dipendenti per ciascun “pezzo” verrà ridotto drasticamente tramite, a detta dell’AD, tramite isopensionamenti.

La strada da percorrere è ancora lunga. Infatti, la concretizzazione del progetto è subordinata all’accordo tra Tim e CDP sulla creazione della cosiddetta rete unica, con controllo in capo a CDP e governance da negoziare, oltre che alla quadra con i fondi infrastrutturali Macquarie e KKR, che detengono rispettivamente quote di minoranza in Open Fiber e in FiberCop.

Inutile negarlo, dopo 20 anni di debiti, tale operazione ha il solo scopo di ottenere risorse finanziarie dal mercato, per ridurre il debito di Tim dai 22,6 Mld del marzo 2022 a meno di 10 Mld, tramite disinvestimenti, cessioni volontarie di specifici assets o linee di business. Obiettivo per il quale è difficile trovare potenziali compratori nel mercato delle transazioni private o, comunque, per il quale è difficile spuntare un prezzo accettabile. Nessuna considerazione sui perimetri occupazionali ove si prefigura, in continuità con il recente passato, l’ennesimo ricorso allo strumento della cassa di solidarietà.

L’accozzaglia delle scelte aziendali dalla sua privatizzazione, come le molteplici fusioni, acquisizioni e cessioni, non prospetta un futuro roseo di fronte alle sfide future. E ci sembra che neanche lo Stato abbia le idee chiare su un’azienda strategica come TIM, sulla quale ha rinunciato a mantenere il controllo.

Per questo motivo, noi pensiamo che solo l’ingresso di capitale pubblico, mantenendo intera l’azienda, possa consentire di potenziare il motore dell’innovazione tecnologica e l’ammodernamento delle infrastrutture informatiche del paese, sottraendo un’azienda strategica alle logiche speculative finanziarie di turno.

USB continuerà le mobilitazioni perché l’unica strada possibile è la nazionalizzazione e il controllo pubblico.

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