Poste Italiane & TIM: l'infrastruttura connessa del paese finisce in affitto con FiberCop
Da inizio 2026 stiamo osservando profondi mutamenti nel mondo delle telecomunicazioni nazionali. Dopo la fusione Fastweb-Vodafone, arriva la notizia di Poste Italiane, che ha lanciato una OPAS (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria su Telecom Italia(TIM) con l'obiettivo ad arrivare ad un adesione al 100% e procedere al delisting(la rimozione del titolo azionario della Borsa Italiana) entro fine 2026 con la quota pubblica di capitale che scenderebbe da un 65% a poco più del 50%, cose che si tradurrebbero in meno trasparenza e più libertà di ristrutturazioni lontane dai riflettori.
Questa operazione da 10,8 miliardi di euro rischia di scaricare costi e contraddizioni su lavoratori, utenti e territori.
Poste-TIM si sta trasformando in un colosso commerciale e di piattaforma di servizi, vendita, cloud, PA, rinunciando alla gestione dell'infrastruttura rete-fibra, ormai scorporata e gestita da FiberCop (che è nata a seguito del trasferimento della rete secondaria di TIM), a sua volta gestita da KKR (con presenza pubblica minoritaria), rinunciando di fatto al suo cuore infrastrutturale. La rete di Poste-Tim e della sua piattaforma “intelligente” per l'Italia e la sua crescita, è letteralmente “in affitto”, detenuta da FiberCop. Il futuro industriale di Poste-TIM passa da contratti, prezzi e condizioni imposte lungo una filiera dove la rete sta fuori dal controllo diretto della “nuova” Poste-TIM: con la rete è “separata”, aumenta la possibilità di fare da “scaricabarile” sui costi (manutenzione, interventi, rollout) spingendo sempre più attività lungo appalti e subappalti, con compressione di salari, tempi e sicurezza.
Quando l’infrastruttura diventa asset finanziario, il servizio pubblico diventa un business pagato da chi lavora e chi usa il servizio. Una rete governata da logiche commerciali e profitti è quello che si prospetta all'orizzonte, e questo si traduce in rischi sia per i lavoratori (licenziamenti, appalti, esternalizzazioni) che per la qualità dei servizi stessi (priorità di investimenti e copertura, servizi premium etc.). Il controllo pubblico sulla società, per quanto intorno al 50% non è una garanzia se non è accompagnata da vincoli industriali, occupazionali e sociali.
Per l'USB le condizioni di questa operazione dovrebbero essere chiare e immediate e dovrebbero comprendere un piano industriale pubblico, zero esuberi diretti e indiretti, uno stop ad esternalizzazioni e reinternalizzazioni, trasparenza totale sui rapporti FiberCop-TIM, vincoli di sicurezza e per gli organici, in modo che nessuna ottimizzazione riduca il numero di posti di lavoro, la qualità dei servizi erogati e i territori coperti da essi.
Poste-Tim senza rete rischia di essere un gigante a cui manca la cosa più importante.
E se la rete resta fuori, in un perimetro governato da logiche finanziarie, allora la “sovranità digitale” è uno slogan e il conto lo pagano lavoro e utenti.
L’Unione Sindacale di Base rimane al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici delle società coinvolte, che vedranno stravolte le loro condizioni lavorative in peggio, e dei cittadini, che invece di ricevere un servizio necessario e che dovrebbe essere pubblico si ritrovano a pagare un’azienda che non possiede nemmeno i propri mezzi di distribuzione e la propria infrastruttura. Vogliamo chiarezza su questa operazione e garanzie e tutele per tutti.
USB Telecomunicazioni