TIM Accordo 6 aprile CONSEGUENZE DI UN’ANNOSA MIOPIA

Nonostante in questi mesi il paese stia attraversando una grave emergenza non solo sanitaria ma anche economica, nella giornata del 6 aprile l’azienda e CGIL, CISL, UIL e UGL hanno pensato bene di siglare un accordo nel quale si chiede ai lavoratori TIM di anticipare, nel trimestre Aprile-Giugno, le 12 giornate di solidarietà espansiva previste fino a dicembre.

Come avviene ormai con una ripetitività quasi farsesca, nonostante le assicurazioni alla comunità finanziaria sulla tenuta dei ricavi e sul fatto che si uscirà rafforzati dalla crisi l’azienda, in linea con quanto attuato negli ultimi 10 anni, procede con azioni centripete tendenti a rendere centrali soltanto le esigenze del profitto a tutti costi sulla pelle dei lavoratori.

Nazionale -

 

Il 6 Aprile, sotto la minaccia della cassa integrazione, l’azienda e CGIL, CISL e UIL hanno siglato un accordo nel quale si chiede ai lavoratori TIM di concentrare, nel trimestre aprile-giugno, le 12 giornate di solidarietà espansiva previste fino a dicembre per affrontare un previsto calo di ricavi dovuto a un ambiente produttivo in crisi per via della pandemia.

Ricordiamo che le giornate di solidarietà comportano un salario ridotto; concentrarne quindi 4-5 in un mese comporta per i lavoratori una perdita economica consistente.

Con una mano TIM contribuisce all'emergenza Covid-19 con 1 milione di euro a fini di immagine e propaganda, con un’altra risparmia dalla chiusura delle sedi, dalla mancata erogazione dei buoni mensa agli smart workers e ora dall’anticipazione delle giornate di solidarietà.

Non ci resta che trarre la conclusione che le soluzioni adottate dall’azienda facciano pagare il conto della beneficenza e della crisi solo ai lavoratori di TIM e al Paese. Altro che responsabilità̀ sociale dell'impresa, come vuole la Costituzione Italiana.

Questo è dunque il modo con il quale TIM, una delle aziende più importanti del Paese in un settore avanzato della produzione industriale, reagisce ad un’emergenza improvvisa e non prevedibile.

Eppure il settore delle Telecomunicazioni sarà, secondo molti osservatori, tra i più favoriti nel “nuovo mondo” preconizzato nel dopo-virus: accelerazione della digitalizzazione delle imprese, smart working strutturale con conseguente riduzione del numero degli edifici di lavoro e ridisegno degli spazi fisici di lavoro, domanda di beni e servizi sempre più on line.

Ci sarebbe piaciuto se TIM avesse messo in pratica quello che a chiacchiere sbandiera in corsi e conferenze: la centralità delle persone, il lavoro di squadra e la capacità di prevedere e prepararsi al futuro.

TIM invece si conferma come il peggiore dei padroni che approfitta della crisi per incrementare i profitti a breve e scaricare i costi sui lavoratori, già per altro in cassa integrazione da dieci anni, ipocritamente chiamata contratto di solidarietà, e che continuano nonostante tutto a lavorare assicurando la continuità produttiva. Aspetto eticamente ancora più odioso è che TIM sottrae risorse preziose ad aziende le cui difficoltà sono sicuramente più gravi.

E i lavoratori non pensino che almeno questi sacrifici possano scongiurare la cassa integrazione in futuro.

Secondo il Decreto del Consiglio dei Ministri infatti le aziende possono richiedere entro il 31 agosto la cassa integrazione per una durata massima di 9 settimane, con effetto retroattivo.

In questo scenario già triste, spettacolo ancora più penoso è quello di una compagine sindacale, succube dell’azienda, che non riesce ad articolare neanche una controproposta, figuriamoci a guidare la legittima rabbia che serpeggia tra i lavoratori.

Si manifesta così quello che USB denuncia da tempo: senza la lotta non si ottiene nulla.

La situazione drammatica del paese e l'impossibilità di determinare situazioni di conflitto sociale e scioperi non ci lasciano scelta: USB attiverà̀ tutti i canali istituzionali, politici, comunicativi per denunciare il comportamento di un’azienda, strategica per il Paese, da anni priva di piani industriali ma con grandi appetiti finanziari. Scelte sbagliate e management inadeguato portano evidentemente oggi a scaricare i costi sui lavoratori.

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