TIM Pensione & Fondo integrativo

È in corso in questi giorni un confronto tra governo, sindacati e INPS per decidere il futuro di molti pensionati, una volta che sarà conclusa la sperimentazione di “Quota 100” che, ricordiamo, era prevista per il triennio 2019-2021. Le proposte dovrebbero evitare lo “scalone”, ma sarebbero per i lavoratori un ricatto in piena regola.

Il calcolo contributivo della pensione comporta un taglio dell'assegno pensionistico del 30% . Sono anni che lo denunciamo, la riforma Dini che ha introdotto il calcolo contributivo aveva proprio l'obiettivo di ridurre le pensioni salvando coloro che al 31 dicembre del 1995 avevano maturato 18 anni di contributi.

Il calcolo contributivo taglia le pensioni alla fonte, a questo si deve aggiungere la tassazione onerosa e siamo a pensioni vicine alla soglia di povertà.

Ci sono ancora lavoratori che hanno diritto al calcolo misto della pensione, vale a dire in parte retributivo in parte contributivo. A questi lavoratori si sta’ proponendo l'uscita anticipata rinunciando al calcolo retributivo di una parte di pensione che è stata maturata prima del 1995, e che verrebbe calcolata con il contributivo, una beffa.

Ma se il governo anticipa che la cosiddetta riforma delle pensioni dovrà costare meno della quota 100, possiamo capire dove andranno a parare. È evidente che i veri ladri del futuro dei giovani sono il governo con la complicità CGILCISLUIL che , insieme stanno demolendo il sistema previdenziale pubblico e il diritto alla pensione dignitosa.

 

Nazionale -

 

È in corso in questi giorni un confronto tra governo, sindacati e INPS per decidere il futuro di molti pensionati, una volta che sarà conclusa la sperimentazione di “Quota 100” che, ricordiamo, era prevista per il triennio 2019-2021. Le proposte dovrebbero evitare lo “scalone”, ma sarebbero per i lavoratori un ricatto in piena regola.

Viene Infatti prospettata la scelta tra la concessione di qualche anno di flessibilità, ma con il ricalcolo della pensione con il solo sistema contributivo e quindi un taglio sulla pensione, oppure il continuare a lavorare fino al raggiungimento dell’età minima di pensionamento che, con la fine della sperimentazione di “Quota 100” alla fine del 2021, riporterebbe l’età minima di pensionamento a 67 anni, abolendo la possibilità di accedervi prima a 62 anni con 38 di contributi.

Quindi per i futuri pensionati, l’amaro calice da bere per poter andare in pensione prima, sarà quello di ricevere una pensione fortemente tagliata dal ricalcolo contributivo.  La proposta così concepita è estremamente fragile nella sua tenuta, rischiando di divenire oggetto di uno scambio a costo zero per le finanze pubbliche, ma con un costo molto elevato per le tasche dei pensionati.

Contestualmente si è aperto parallelamente un confronto sulla previdenza complementare, con ulteriori due proposte: la prima di istituire un fondo pensione complementare gestito dall’Inps, volontario e a capitalizzazione; l’altra, di istituire un fondo pensione complementare pubblico, sempre a contribuzione volontaria e gestito dall’Inps, ma a ripartizione.

Se l’obiettivo era quello, duplice, di favorire la partecipazione dei lavoratori a forme di risparmio pensionistico e incrementare la disponibilità di risparmi che andassero a finanziare il debito pubblico italiano e le imprese che effettuano investimenti in Italia, esso è ampiamente fallito.

Basta analizzare i dati della COVIP nella sua relazione annuale per l’anno 2018 per comprendere quanto sia grave il quadro della situazione, considerato che il numero di adesioni a forme di previdenza complementare a fine 2018 è meno di un terzo della forza lavoro. I lavoratori che hanno effettivamente aderito sono stati infatti meno del 23% della forza lavoro, mentre il 27,7% della massa patrimoniale dei fondi pensione è stato rivolto a investimenti nazionali e i titoli di Stato italiani fanno registrare investimenti pari a poco più di un quinto del totale del patrimonio dei fondi.

Come USB TLC, alla luce dei rendimenti in “in rosso” del Fondo Pensione integrativo Telemaco (2018), pensiamo che i problemi del sistema pensionistico italiano difficilmente possano essere risolti con forme di previdenza complementare senza politiche finalizzate alla piena occupazione e ad un aumento significativo dei salari.

USB ha manifestato la sua forte contrarietà verso le proposte avanzate dall’altra parte del tavolo, quella partecipata da Cgil, Cisl e Uil, ribadendo che il problema del nostro sistema pensionistico è destinato ad acuirsi di fronte al progressivo invecchiamento demografico, non risolvibile da riforme che hanno il solo obiettivo di arricchire i padroni e gli speculatori finanziari, dividendo i lavoratori.

Una logica inaccettabile, a cui vogliono condannare intere generazioni, che mira a costringere i lavoratori a ricorrere alla previdenza integrativa complementare e a cancellare l’idea della pensione come diritto.

La proposta dell’USB è portare a mille Euro la pensione minima e prevedere un tetto massimo di 5 mila Euro per la pensione massima che eliminerebbe la vergona delle pensioni d’oro e porterebbe una maggiore perequazione di tutto il sistema pensionistico.

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