TIM: Pochi investimenti, niente crescita, bassi salari

Il declino o lo sviluppo di un’azienda dipendono, quasi in pari misura, dalla capacità di progettazione/programmazione della sua classe manageriale e, come nel caso di TIM, dalla classe politica che governa il paese.

Nazionale -

 

Con la sottoscrizione del nuovo accordo per l’uscita anticipata in art.4, commi 1, 7ter della Legge n. 92/2012 di circa 1200 lavoratori, prima della presentazione del Piano industriale che verrà presentato il 7 luglio alla comunità finanziaria e l’indubbia nuova tornata di CIGS o contratto di solidarietà, possiamo tranquillamente mettere una pietra sopra la classe politica, ridotta a mera esecutrice delle volontà delle grandi multinazionali e degli squali della finanza.

Sciaguratamente, l’unica strada che viene percorsa è quella degli interessi immediati, fatta di contenimento dei costi del lavoro, grazie a incentivi, esenzioni, facilitazioni, precarizzazione contrattuale per massimizzare i profitti, senza sviluppare una reale capacità industriale fatta di investimenti per il rilancio dell’azienda e il sistema paese.

Per gli imprenditori operanti in Italia (indipendentemente dal passaporto che hanno in tasca), la “competitività” si fonda soprattutto sul taglio del costo del lavoro (salario) che negli ultimi 30 anni è diminuito rispetto agli altri paesi europei, garantendo profitti spendendo poco investimenti e al tempo stesso immiserendo i lavoratori e a cascata i pensionati, i giovani in cerca di prima occupazione e le entrate fiscali dello Stato, strangolando la domanda interna”.

Paradigmatico è il “nuovo” Piano industriale che TIM vuole portare avanti, con la creazione di uno spezzatino composto da 4 società, che avrà un effetto devastante sui livelli occupazionali, delineando di fatto un futuro di indebolimento industriale che ricade come un macigno sulle possibilità di sviluppo del Paese, che rotola su un piano inclinato in fondo al quale c’è il concreto spettro dell’uscita dal novero dei paesi più industrializzati.

USB non ci sta a guardare passivamente la distruzione della nostra azienda e invita i lavoratori alla mobilitazione. Il 21 giugno è stato proclamato uno sciopero nazionale al quale USB aderirà convintamente, pur considerandolo tardivo, avendo denunciato in tempi non sospetti la china che il “nuovo management” aveva intenzione di intraprendere.

Promuoverà iniziative proprie ma aperte a tutti i lavoratori più combattivi che non pensano che i giochi siano ormai fatti e che intendono rivendicare il ruolo di protagonisti della propria vita lavorativa e non di semplici spettatori.

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