TLC Rinnovi integrativi: basta accordi al ribasso. Non sulla pelle di chi lavora
I rinnovi integrativi non possono diventare l’ennesima firma utile solo alle aziende. Il rinnovo del CCNL TLC sottoscritto l’11 novembre 2025 e il verbale del 10 giugno 2026 sulla nuova classificazione del personale non sono passaggi neutri: aprono il rischio concreto che riorganizzazioni, accorpamenti dei livelli e nuovi assetti professionali vengano usati per chiedere più mansioni, più flessibilità e più produttività, senza adeguati aumenti salariali, senza reali avanzamenti di livello e senza pieno riconoscimento del lavoro svolto.
Per USB è proprio qui il punto politico: se questi accordi restano dentro la logica della compatibilità aziendale, diventano strumenti per comprimere salario, diritti e professionalità. Per questo il rinnovo deve significare più salario certo, più diritti esigibili, meno orario, riconoscimento reale delle competenze e stop a ogni meccanismo che produce disparità, ricatto salariale e arretramento.
NON BASTA FIRMARE: BISOGNA CONQUISTARE
Non servono piccoli aggiustamenti né equilibri al ribasso. Serve una svolta vera: redistribuire la ricchezza prodotta, fermare lo scaricamento dei costi su chi lavora e riportare potere contrattuale nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori.
- Salario: basta mance, ticket e premi usati per nascondere l’assenza di aumenti veri. Le risorse devono stare nel salario fisso.
- PDR: il salario variabile non può sostituire aumenti certi. Il rischio d’impresa non si scarica su chi lavora.
- Orario: riduzione reale a parità di salario, senza baratti con ferie, permessi o diritti già conquistati.
- Lavoro agile: deve diventare un diritto esigibile per tutte le attività remotizzabili, non una concessione discrezionale.
- Organizzazione del lavoro: basta chiamare “flessibilità” l’aumento di carichi, pressione, reperibilità e controllo.
- Formazione: le competenze acquisite devono produrre salario, livello e riconoscimento professionale, non mansioni gratis.
IL NODO È QUI: NO A STRUMENTI CHE COMPRIMONO IL LAVORO
USB respinge ogni operazione che, dietro parole come “semplificazione”, “flessibilità” o “compatibilità”, chiede di più a chi lavora e restituisce meno salario, meno diritti, meno riconoscimento.
- Accorpamenti: no a livelli generici che svalutano professionalità, salario e progressioni.
- Part time involontari: basta lavoro povero imposto. Chi vuole il full time deve poterlo ottenere.
- Sotto inquadramento: mansioni e responsabilità reali vanno pagate con livello, salario e arretrati.
- ERA: basta strumenti che producono disparità, salario incerto e diritti compressi.
- Pari trattamento: stesso lavoro deve significare stesso salario, stessi diritti e pari dignità.
LA PIATTAFORMA USB NON È NEGOZIABILE
Serve un rinnovo che restituisca salario certo, tempo, diritti, dignità e potere contrattuale. Non un accordo comodo per le aziende, ma una conquista per chi lavora.
- aumenti salariali strutturali e consolidati, con meno salario variabile e più salario certo
- riduzione reale dell’orario a parità di salario e diritto esigibile al lavoro agile
- stop ad accorpamenti, part time involontari, sotto inquadramento ed ERA usati per comprimere il lavoro
- riconoscimento delle mansioni reali, pari trattamento economico e normativo, più redistribuzione
Senza conflitto arriva solo un rinnovo debole. Per questo USB chiama lavoratrici e lavoratori a non delegare, a prendere parola, a organizzarsi e a costruire mobilitazione nei luoghi di lavoro: perché salario, diritti, tempo di vita e riconoscimento professionale non si chiedono per favore, si conquistano.
Basta accordi al ribasso. Basta salario variabile usato contro gli aumenti veri. Basta accorpamenti, part time involontari, sotto inquadramento ed ERA usati per comprimere salario e diritti.
Non un passo indietro. Non un diritto in meno. Non un euro lasciato alle aziende.
Più salario. Più diritti. Più conflitto. Più redistribuzione.